Maglia calcio avvoltoio

Dopo il ripristino della denominazione Società Sportiva Calcio Napoli, il club ha introdotto, nel novero dei propri elementi distintivi, anche un logotipo o wordmark, ovvero un marchio scritto pronunciabile, costituito dalla dicitura SSC NAPOLI, resa, in maiuscolo, con un font senza grazie e caratterizzata da diverse sfumature d’azzurro. Per gran parte della propria storia, il Napoli non ha avuto un vero e proprio inno ufficiale o, meglio, nel corso degli anni, diversi sono stati i tentativi di introdurne uno da parte della dirigenza del club partenopeo, ma nessuno dei brani «calati dall’alto» è riuscito mai a fare presa sulla platea dei sostenitori della compagine napoletana. Livorno era nota come Leghorn nel Regno Unito e negli Stati Uniti, Livourne in Francia, Liorna in Spagna ecc. Inoltre, nel 1794 si registra l’apertura della prima sede consolare degli Stati Uniti d’America nella penisola italiana. In realtà, la matrice di Gennarì non era così «romantica», ma aveva, invece, natura sostanzialmente commerciale: la mascotte, infatti, nasceva come base di un progetto di merchandising, finalizzato allo sfruttamento diretto, da parte della società, del nuovo brand. Il brano, infatti, tanto orecchiabile, quanto emotivamente evocativo, si configura, sin dalla sua genesi, come inno, piuttosto che come mera canzone, citando nel proprio testo concetti quali libertà, amore, famiglia, speranza, nonché generando associazioni di immagini con richiami al cielo, al mare, allo sventolio delle bandiere allo stadio.

Per completezza d’analisi, infine, non va dimenticata Napule è, successo del 1977 di Pino Daniele, intonata spesso nel corso degli anni dai tifosi allo stadio e che, dopo la scomparsa del cantautore napoletano, ha assunto la molteplice valenza simbolica di inno alla città, alla squadra e all’artista. Tali intrinseche peculiarità del pezzo, spinsero, nel 2004, lo stesso D’Angelo a chiedere ad Aurelio De Laurentiis di fare di Napoli l’inno ufficiale del club; ma la proposta non fu accolta dal presidente del sodalizio azzurro, che motivò la scelta evidenziando che, in un passaggio del ritornello, veniva citato e, dunque, celebrato un solo settore dello stadio San Paolo, la «Curva B»: «Nino, questo fatto della curva B divide, io ho bisogno di unire tutta la città intorno alla squadra». Tra la fine degli anni 2010 e l’inizio degli anni 2020, la comunicazione visiva del club ha cominciato a essere caratterizzata dal sempre più frequente utilizzo di una nuova variante del logo, che, inizialmente, non rimpiazzò, ma, in qualche modo, affiancò quello tradizionale, ponendo in essere un graduale processo di avvicendamento: le forme che componevano il logo – disco e corona – sono state svuotate del proprio riempimento cromatico e, dunque, semplificate, lasciando in essere il solo contorno.

Forte della sua genesi popolare e in virtù dei sopraggiunti significati attribuitigli, il ciuccio, dunque, mai è stato scalzato dal ruolo di mascotte del club; la qual cosa lo ha reso un elemento simbolico ormai profondamente radicato nell’immaginario collettivo di appassionati e non. Il vinile recava in copertina la dicitura «inno ufficiale dei tifosi del Napoli», oltre allo stemma del club e ai volti di Omar Sívori, José Altafini e Cané, mentre il lato B conteneva «le interviste che il «mitico» giornalista Gino Palumbo fece a Pesaola, Fiore, Juliano, Sivori, Ronzon, Canè e Altafini». A metà degli anni sessanta, uscì il 45 giri Il Grande Napoli: coautore del pezzo inciso sul lato A era Renato Fiore, fratello dell’allora presidente azzurro Roberto. Il colore del novello stemma variava in base a quello della divisa: per cui, sulle maglie casalinghe, il logo era blu (girone d’andata) o bianco (girone di ritorno), mentre, sulle maglie da trasferta, terza maglia juve era nero. «il simbolo del Napoli è nero ma immerso nell’azzurro».

Nella stagione 1982-1983, al posto del logo societario, la divisa portava il leone simbolo dell’azienda dell’allora presidente e amministratore delegato, Giuseppe Gregoris. Circa dieci anni dopo, però, il presidente della società partenopea dispose effettivamente che fosse realizzato un inno ufficiale del Calcio Napoli, affidando all’artista Francesco Sondelli il compito di rivisitare ‘O surdato ‘nnammurato, classico della canzone napoletana: il brano prodotto, tuttavia, ebbe un’accoglienza estremamente negativa, venendo, così, prontamente accantonato. Ciò è particolarmente evidente se ci si riferisce all’ultimo caso citato: il testo originale de ‘O surdato ‘nnammurato, una delle più celebri canzoni in lingua napoletana, assurge a inno del Napoli in modo del tutto spontaneo. Un ventennio più tardi, fu la presidenza Ferlaino a promuovere, contestualmente al lancio commerciale di Gennarì – la nuova mascotte del club – il singolo Nà Na, Napoli/Gennarì, cantato da Peppino di Capri, con il primo brano presentato come «inno ufficiale del Calcio Napoli». Il concetto di intercambiabilità del colore in base allo sfondo utilizzato viene sottolineato dal club, presentando sul sito ufficiale tre varianti dello stemma: blue navy su fondo bianco, bianco su fondo azzurro e azzurro su fondo blue navy. La mascotte del Napoli è un asino, comunemente indicato come ciuccio o ciucciariello, che trae la propria origine dal cavallo inalberato, che era presente sul primo stemma adottato dal club, in seguito al cambio di denominazione del 1926. Il motivo di tale avvicendamento, che, in sostanza, è da ascrivere ai deludenti risultati conseguiti dalla compagine partenopea nella sua stagione d’esordio in Divisione Nazionale, fu puramente casuale.


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